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Cultura ESG

Microplastiche: dinamiche di diffusione e implicazioni per ecosistemi e salute

Le microplastiche disperse nell'ambiente entrano in contatto con tutti gli organismi viventi della catena alimentare, fino a raggiungere l'uomo. Solo una gestione strutturata, controllata ed efficiente dei rifiuti plastici può limitarne gli effetti dannosi sull'ecosistema.

di
Alessia Mircoli
13 Maggio 2026

Cosa sono le microplastiche e da dove provengono?

Le microplastiche sono particelle di materiale plastico di dimensioni inferiori a 5 millimetri, oggi considerate uno dei contaminanti più diffusi e persistenti nell’ambiente. Non rappresentano un’unica tipologia di inquinante, ma un insieme eterogeneo di frammenti con origine diversa.

Le cosiddette microplastiche primarie vengono rilasciate direttamente nell’ambiente già sotto forma di piccole particelle, come nel caso di alcune fibre sintetiche o residui derivanti dall’usura degli pneumatici.

Le microplastiche secondarie, invece, si formano dalla progressiva frammentazione di oggetti plastici più grandi, degradati da radiazione solare, agenti fisici e processi chimici ambientali.

La loro diffusione è globale. Basti pensare che nel 2017 l’ONU ha dichiarato che ci sono 51mila miliardi di particelle di microplastica nei mari, 500 volte più numerose di tutte le stelle della nostra galassia. Questo perché si ritrovano nelle acque superficiali e profonde, nei suoli agricoli, nei sedimenti e persino nell’atmosfera, trasportate da vento e aerosol. Questa ubiquità rende le microplastiche un inquinante “senza confini”, capace di circolare tra comparti ambientali diversi.

Come le microplastiche entrano in contatto con gli organismi

Una volta disperse nell’ambiente, le microplastiche entrano facilmente in contatto con gli organismi viventi attraverso diverse vie di esposizione. Ad esempio, possono essere assorbite dalle piante attraverso le radici, insieme ad acqua e nutrienti. Una volta entrate, possono accumularsi nei tessuti della pianta (come radici e foglie).

La più comune è l'ingestione (spesso involontaria) delle microplastiche da parte degli organismi, un processo facilitato dalla somiglianza dimensionale di queste particelle con il cibo naturale, come, ad esempio, lo zooplancton. Questo fa sì che le microplastiche si inseriscano all’interno della catena alimentare, passando dalle piccole specie fino ai grandi predatori, inclusi i pesci destinati al consumo umano.

A questa poi si aggiunge l’inalazione. A casa e in auto si possono inalare ogni giorno 68.000 particelle di microplastiche capaci di penetrare nei polmoni. Parliamo in particolare di microfibre presenti nell’aria, rilasciate da tessuti sintetici durante l’uso e il lavaggio.

Una volta entrate negli organismi, indipendentemente dalla via di esposizione, le microplastiche non rimangono inerti, ma possono interagire con i sistemi biologici, accumulandosi nei tessuti e dando origine a diversi effetti.

Effetti sulla biodiversità: presenza nelle reti trofiche e impatti sugli organismi

Gli effetti delle microplastiche sugli organismi sono fisici, chimici e anche comportamentali. A livello individuale possono causare danni meccanici all’apparato digerente, riduzione dell’assunzione di nutrienti e alterazioni metaboliche. Inoltre, le plastiche possono rilasciare additivi chimici o assorbire inquinanti presenti nell’ambiente, diventando potenziali vettori di sostanze tossiche.

Dal punto di vista ecologico, il problema assume una dimensione più complessa: le microplastiche entrano nelle reti trofiche a partire dagli organismi alla base delle catene alimentari, come detto in precedenza. Da qui possono essere trasferite ai livelli trofici superiori attraverso i rapporti predatore-preda, accumulandosi progressivamente in questi organismi che si trovano all’apice della catena alimentare, uomo incluso. Questo fenomeno può generare alterazioni nella crescita, nella riproduzione e nel comportamento delle specie, con possibili effetti a cascata sulla struttura e sulla stabilità degli ecosistemi.

Pensate che ci sono degli organismi che ormai sono un tutt’uno con le microplastiche. Un esempio è costituito dalle larve dei tricotteri. Questi insetti durante il loro stadio larvale vivono in acqua e si costruiscono degli astucci usando sassolini e frammenti vegetali. Tuttavia, da qualche decennio ormai, al posto di questi materiali, utilizzano le microplastiche per costruirsi il loro rifugio. Tale abitudine, che i plecotteri hanno adottato in maniera del tutto inconsapevole, è la dimostrazione di quanto rifuti come questi siano capaci di alterare abitudini e comportamento degli organismi viventi.

Quali sono gli effetti sull’essere umano?

Le microplastiche non restano confinate negli ecosistemi naturali, ma raggiungono anche l’uomo attraverso diverse vie di esposizione. Il consumo di pesci, molluschi e acqua rappresenta una delle principali modalità di ingresso nella catena alimentare umana, a cui si aggiunge l’inalazione di particelle presenti nell’aria, in particolare microfibre rilasciate dai tessuti sintetici.

Studi recenti hanno rilevato la presenza di microplastiche in diversi tessuti e fluidi biologici umani, tra cui sangue, polmoni, reni, intestino, placenta e persino cervello. Sebbene gli effetti sulla salute non siano ancora completamente chiariti, evidenze emergenti indicano che queste particelle possono indurre processi infiammatori, stress ossidativo e alterazioni a livello metabolico, con possibili ripercussioni sul sistema immunitario e neurologico.

Un problema sistemico tra ambiente e salute

Le microplastiche rappresentano un problema sistemico che unisce dinamiche ambientali, ecologiche e sanitarie. La loro diffusione evidenzia i limiti di un modello produttivo basato sull’uso massiccio della plastica e sulla sua scarsa degradabilità, che porta alla dispersione di materiali persistenti in tutti i comparti ambientali.

Per affrontare al meglio questa emergenza un fattore estremamente importante è la prevenzione. È necessario, quindi, intervenire in modo efficace sulla gestione del fine vita dei materiali plastici e dei rifiuti in generale, riducendone la dispersione nell’ambiente attraverso sistemi di raccolta, selezione e trattamento sempre più efficienti.

In questo senso, il ruolo della gestione dei rifiuti diventa centrale: migliorare le filiere di recupero, aumentare la qualità della separazione dei materiali e potenziare le tecnologie di trattamento consente di limitare in modo significativo la frammentazione della plastica nell’ambiente e la conseguente formazione di microplastiche.

La gestione inefficace dello scarto, infatti, rappresenta uno dei principali fattori che ne favoriscono la diffusione. Per questo motivo, la tutela degli ecosistemi e della salute umana passa anche attraverso una gestione sempre più strutturata, controllata ed efficiente dei rifiuti plastici.

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