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Aggiornamenti normativi

Basta dire “green”. Ora bisogna dimostrarlo!

Dal 2026 le imprese dovranno dimostrare con dati, prove e trasparenza ogni dichiarazione ambientale: il nuovo Decreto contro il greenwashing cambia le regole della comunicazione “green”.

di
Redazione TuttoAmbiente
11 Maggio 2026

Il 24 marzo 2026 è entrato in vigore il D.L.vo 30/2026, che recepisce una Direttiva europea pensata per contrastare il cosiddetto “greenwashing”, cioè tutte quelle comunicazioni che fanno sembrare un prodotto o un’azienda più sostenibili di quanto siano davvero. Anche se le nuove regole si applicheranno concretamente dal 27 settembre 2026, è importante iniziare fin da subito a capire cosa cambia, soprattutto per le imprese che producono rifiuti e che sempre più spesso comunicano impegni ambientali. L’obiettivo del Decreto è piuttosto chiaro: evitare che i consumatori vengano ingannati da messaggi ambientali poco chiari o non verificabili. Negli ultimi anni è diventato molto comune vedere termini come “green”, “eco” o “sostenibile” usati nella comunicazione aziendale, ma spesso senza un reale contenuto concreto. Il legislatore è quindi intervenuto per mettere ordine, chiedendo alle imprese maggiore trasparenza e responsabilità.

Uno degli aspetti più importanti riguarda proprio le dichiarazioni ambientali, cioè tutto ciò che un’azienda dice sui propri prodotti o servizi in relazione all’ambiente. Con le nuove regole, queste affermazioni devono essere basate su dati reali, verificabili e supportati da evidenze scientifiche. Non basta più dire che un prodotto è “ecologico” o “a basso impatto”: bisogna essere in grado di dimostrarlo con numeri, studi o certificazioni. Per coloro che gestiscono rifiuti, questo ha implicazioni concrete. Ad esempio, se un’azienda dichiara di aver ridotto l’impatto ambientale dei propri processi o di aver migliorato la gestione dei rifiuti, dovrà essere in grado di dimostrare questi risultati in modo chiaro e documentato. Non si tratta solo di evitare errori, ma di cambiare proprio approccio: la sostenibilità non può più essere solo una leva di marketing, ma deve riflettere scelte reali e misurabili.

Il Decreto introduce anche definizioni più precise, come quella di “asserzione ambientale” e di “marchio di sostenibilità”. Questo serve a evitare ambiguità e a rendere più chiaro cosa si può dire e come lo si può dire. Allo stesso tempo, viene data maggiore importanza a caratteristiche come la durabilità e la riparabilità dei prodotti, elementi sempre più rilevanti per valutare la sostenibilità complessiva.

Un altro punto chiave riguarda la trasparenza. Le imprese devono rendere facilmente accessibili le informazioni che stanno alla base delle loro dichiarazioni ambientali. Questo può avvenire, ad esempio, tramite QR code, link a documenti tecnici o altre soluzioni digitali. In pratica, chi legge un “claim ambientale” deve avere la possibilità di verificarlo in modo semplice e immediato.

Le nuove regole non riguardano solo la comunicazione, ma hanno effetti anche sull’organizzazione interna delle aziende. Sarà necessario coordinare meglio le diverse funzioni aziendali, come marketing, ufficio tecnico e compliance, per assicurarsi che tutto ciò che viene comunicato sia coerente con la realtà. Questo significa, ad esempio, raccogliere e aggiornare in modo sistematico i dati ambientali, e in alcuni casi affidarsi a verifiche da parte di soggetti terzi indipendenti. Per molte imprese, soprattutto quelle che gestiscono e trattano rifiuti, questo può rappresentare una sfida ma anche un’opportunità. Adottare un approccio più strutturato alla sostenibilità può infatti migliorare l’efficienza dei processi, ridurre i rischi e rafforzare la credibilità sul mercato. I clienti e i partner commerciali sono sempre più attenti a questi aspetti, e una comunicazione chiara e verificabile può fare la differenza.

Dal punto di vista dei controlli, il Decreto non introduce nuove sanzioni autonome, ma rafforza quelle già previste dal Codice del Consumo (D.L.vo 206/2005). In pratica, i green claims ingannevoli vengono considerati a tutti gli effetti pratiche commerciali scorrette. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) può intervenire con sanzioni anche molto elevate, che possono arrivare fino a 10 milioni di euro o, nei casi più gravi, fino al 4% del fatturato annuo. Questo significa che il rischio non è solo reputazionale, ma anche economico. Inoltre, il decreto rende più facile per l’Autorità individuare e contestare le violazioni, ampliando l’elenco delle pratiche vietate e aumentando l’onere della prova a carico delle imprese. In altre parole, sarà l’azienda a dover dimostrare che ciò che comunica è vero.

Non mancano però alcune incertezze. Ad esempio, non è sempre facile capire quando un claim ambientale può essere considerato ingannevole. Termini come “sostenibile” o “eco-friendly” non sono vietati, ma il loro utilizzo dipende molto dal contesto e dalla capacità di dimostrarne il significato concreto. Anche una comunicazione formalmente corretta potrebbe essere considerata fuorviante se mette in evidenza solo alcuni aspetti positivi, tralasciandone altri. Un altro aspetto delicato riguarda proprio le prove richieste. Non è ancora del tutto chiaro quale livello di dettaglio sia necessario per dimostrare la veridicità di un claim. Studi tecnici, certificazioni e analisi possono essere utili, ma non sempre è evidente quando siano sufficienti. È probabile che questi aspetti verranno chiariti nel tempo, anche attraverso le decisioni dell’Autorità.

Infine, bisogna considerare che questo Decreto si inserisce in un quadro europeo in continua evoluzione. Esistono già altre normative sulla sostenibilità, come quelle sulla rendicontazione aziendale, che possono sovrapporsi almeno in parte. Inoltre, sono in arrivo ulteriori regole europee sui green claims, che potrebbero rendere il sistema ancora più rigoroso.

In questo contesto, per le imprese è fondamentale adottare un approccio prudente e strutturato. Non basta più comunicare buone intenzioni: serve coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Per chi produce rifiuti, questo significa anche valorizzare correttamente le attività di gestione, recupero e riduzione degli impatti, ma sempre con dati alla mano. In definitiva, il Decreto rappresenta un passo importante verso una maggiore chiarezza e correttezza nel mercato. Richiede uno sforzo di adattamento, ma offre anche l’occasione per migliorare la qualità delle informazioni e rafforzare la fiducia dei clienti. Chi saprà adeguarsi in modo serio e trasparente potrà trasformare un obbligo normativo in un vantaggio competitivo.

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