C’è chi osserva i rifiuti come semplici scarti e chi, invece, li trasforma in strumenti di riflessione. È il caso di Roberto Costa, artista che attraverso il progetto Vortex – Isola di Plastica utilizza materiali recuperati sulle spiagge per realizzare opere e installazioni che parlano di ambiente, mare e responsabilità collettiva.
Partendo dai rifiuti restituiti dalle correnti marine, Costa costruisce un linguaggio artistico che unisce denuncia, sperimentazione materica e divulgazione ambientale. Dalle tele realizzate con frammenti di plastica alle installazioni immersive dedicate ai fondali marini, il suo lavoro punta a rendere visibile un problema spesso percepito come distante.
Ne abbiamo parlato direttamente con lui.
Quando e come nasce il progetto Vortex?
Il progetto nasce ufficialmente nel 2016, durante il mio percorso all’Accademia di Belle Arti di Carrara. In realtà, però, arriva da molto più lontano. Ho sempre disegnato e dipinto e ho sempre frequentato le spiagge della Versilia, soprattutto d’inverno, quando il mare restituisce tantissimi materiali.
Già da tempo osservavo e raccoglievo piccoli pezzi di legno, conchiglie, frammenti trasportati dalle onde. Poi, durante il corso di pittura, insieme al professor Fabio Sciortino, abbiamo iniziato a ragionare sul problema dell’inquinamento da plastica nei mari e lì tutto si è collegato.
Il progetto è nato quindi come forma di denuncia e sensibilizzazione. Ho deciso di concentrarmi su un tratto di costa molto preciso, tra Lido di Camaiore e Forte dei Marmi, per dimostrare quanto la presenza di plastica spiaggiata sia concreta e visibile anche in un’area relativamente piccola.
Il nome Vortex deriva proprio dalle grandi correnti oceaniche che accumulano enormi quantità di plastica negli oceani, formando vere e proprie isole galleggianti.
Il progetto si sviluppa sia sul piano artistico che su quello educativo. Quanto conta la divulgazione nel tuo lavoro?
Moltissimo. Il progetto vive su due livelli paralleli. Da una parte c’è il lavoro artistico, dall’altra la comunicazione, soprattutto con i ragazzi nelle scuole.
Organizzo incontri e momenti di confronto principalmente con scuole elementari e medie, perché ho notato che i più giovani sono estremamente ricettivi. Hanno già una sensibilità molto sviluppata verso questi temi e spesso una consapevolezza maggiore rispetto agli adulti.
L’obiettivo è creare consapevolezza sull’esistenza del problema e sulle sue dimensioni. Naturalmente il linguaggio cambia: con i bambini bisogna essere più delicati, mentre con gli adulti si può entrare più nel dettaglio, anche affrontando temi come microplastiche e nanoplastiche.
Le tue opere sono molto particolari anche dal punto di vista tecnico. Come nascono?
Io utilizzo quasi esclusivamente il colore delle plastiche che raccolgo. Durante l’inverno recupero i materiali sulla spiaggia, poi li seleziono per colore e tipologia e li uso come se fossero tubetti di vernice.
Le opere sono una via di mezzo tra pittura e scultura. Qualcuno le ha definite “pittosculture”, perché hanno già una tridimensionalità. Utilizzo plastiche, piccoli pezzi di legno, frammenti di oggetti: sono collage materici che lasciano libertà totale a chi guarda.
Infatti non do mai titoli alle opere. Voglio che ogni persona possa vedere qualcosa di diverso.
Si sa che nei più giovani il tema della sostenibilità ha una certa attrattiva ma che reazione hai riscontrato nel pubblico adulto rispetto al tuo lavoro?
La risposta è stata positiva. Quando faccio questi incontri specifico sempre che il mio non è un discorso accusatorio. Io stesso appartengo a una generazione cresciuta nell’uso incontrollato della plastica.
Secondo me il problema è soprattutto culturale. Finché non cambieremo il nostro rapporto con l’ambiente sarà difficile ottenere risultati concreti.
Negli adulti vedo curiosità e partecipazione. Magari non tutti conoscono realmente le dimensioni del problema, ma c’è interesse e c’è voglia di capire.
Quindi credi che il nodo principale sia culturale più che politico?
Sì, assolutamente. È prima di tutto una questione culturale.
Collaboro da più di un anno con il centro di ricerca Zero Waste Italy e con Rossano Ercolini, che da anni lavorano su questi temi in maniera molto forte dal punto di vista della formazione e dell’informazione.
Da qualche mese, inoltre, collaboro anche con il Consorzio di Bonifica Toscana Nord, realtà che affronta quotidianamente il problema dei rifiuti plastici nei fossi, nei canali e nei corsi d’acqua del territorio. Sono collaborazioni importanti perché, pur operando in modi diversi, condividono lo stesso obiettivo: aumentare la consapevolezza ambientale e contribuire concretamente a un territorio più pulito.
Io cerco di arrivare allo stesso risultato attraverso il linguaggio artistico. Le mie opere servono anche a creare un collegamento diretto tra l’oggetto e chi lo osserva. Quando una persona riconosce un frammento di plastica o un oggetto di uso quotidiano all’interno di un’opera, inevitabilmente si pone delle domande.
C’è un tipo di rifiuto con cui ti interessa particolarmente lavorare, o magari un tema che vorresti approfondire?
Negli ultimi anni sto lavorando molto sui residui della pesca: lenze, galleggianti, reti e frammenti di strumenti dispersi in mare.
È un tema importante perché le cosiddette “reti fantasma” continuano a pescare anche dopo essere state abbandonate, causando danni enormi all’ecosistema marino.
Non si tratta di criminalizzare la pesca, ma di aumentare la consapevolezza su un problema reale.
Mi interessa anche lavorare su grandi frammenti plastici e materiali che permettono di uscire dalla classica dimensione della tela per creare installazioni ambientali più immersive.
Oggi viviamo in un’epoca dominata dal digitale e dall’intelligenza artificiale. Come vivi questo contrasto rispetto a un lavoro così manuale?
Io scherzando dico sempre di essere un dinosauro. Mi piace sporcarmi le mani, lavorare concretamente con i materiali, costruire le cose fisicamente.
Però riconosco che il digitale sia uno strumento straordinario. Va semplicemente usato nel modo corretto.
Anche per diffondere messaggi ambientali oggi è fondamentale utilizzare strumenti digitali e social network. Infatti sto cercando di sfruttarli sempre di più, anche se con l’aiuto di collaboratori molto più esperti di me.
Qual è il messaggio che speri rimanga a chi visita una tua mostra?
Vorrei che le persone uscissero con una maggiore consapevolezza. Per questo sto lavorando sempre di più a installazioni immersive, dove il pubblico entra fisicamente all’interno dello spazio costruito con materiali recuperati.
Quando ti trovi circondato dai rifiuti, il problema smette di essere astratto.
Sto anche sperimentando nuovi supporti realizzati con legni trovati sulla spiaggia. Sono materiali che hanno viaggiato, che portano con sé storie e provenienze sconosciute. Anche questo, secondo me, ha un forte valore simbolico.
Alla fine il concetto è semplice: dobbiamo usare meno plastica e usarla meglio. Ma soprattutto dobbiamo costruire una cultura diversa del rapporto con l’ambiente.
