Nel ciclismo, le storie non si misurano solo in vittorie. Si misurano nella durata, nella capacità di restare, di attraversare le stagioni senza perdere la direzione. Edita Pučinskaitė ha fatto esattamente questo: ha costruito una carriera lunga, solida, riconoscibile, diventando negli anni un riferimento dentro e fuori dal gruppo.
La sua storia comincia lontano, nella Lituania degli inverni duri, dell’URSS e delle opportunità che non si regalano. È lì che prende forma una disciplina che non è solo fisica, ma prima di tutto mentale. Poi arrivano le corse, le prime affermazioni, le conferme ad alto livello. Un percorso lungo, solido, costruito con una coerenza rara, che l’ha portata a restare ai vertici del ciclismo internazionale per anni.
Oggi quella traiettoria non si interrompe, ma cambia prospettiva. La Gran Fondo di Pistoia diventa il luogo in cui quell’esperienza si trasforma in qualcosa di condiviso: non più solo competizione, ma partecipazione, territorio, relazione. In questo contesto si inserisce la collaborazione con Avis Bike, un progetto che tiene insieme sport e responsabilità sociale, dando forma concreta a un’idea semplice: la bici può essere anche uno strumento per generare valore sociale.
Questa intervista parte da qui. Da una carriera che non si esaurisce nei risultati, ma continua a produrre significato, mettendo in relazione sport, comunità e responsabilità.
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1. La tua carriera è stata lunga e ricca di successi. Qual è stato il momento che consideri il vero punto di svolta del tuo percorso sportivo?
Posso individuare due momenti chiave.
La prima corsa a tappe vinta in Francia a 17 anni. Fino a quel momento ero considerata una giovane promettente, una buona scalatrice ma ancora emergente. Con quella vittoria sono uscita dal ruolo di outsider ed entrata tra le atlete di riferimento del gruppo.
La vittoria arrivò anche perché inizialmente fui un po’ sottovalutata: andai in fuga e mi lasciarono spazio pensando che non avrei resistito. Invece riuscii a mantenere il vantaggio e a difendere la maglia di leader anche il giorno successivo. Da lì arrivarono le prime interviste, i giornali e soprattutto il riconoscimento da parte delle avversarie.
Il secondo momento decisivo è stato la medaglia di bronzo ai Campionati del Mondo in Colombia nel 1995, quando avevo 19 anni.
Quella medaglia mi ha aperto definitivamente le porte del grande ciclismo. Da lì è iniziato il percorso che mi ha portata a restare quasi vent’anni ai vertici. Allo stesso tempo mi ha fatto capire che vincere è solo l’inizio: il vero lavoro è riconfermarsi ogni anno e dimostrare che il risultato non è stato casuale.

2. Guardando indietro oggi, cosa ti ha insegnato il ciclismo non solo come atleta, ma anche come persona?
Il ciclismo mi ha insegnato soprattutto la resilienza e la capacità di affrontare le difficoltà.
Io sono entrata in questo mondo quasi per caso. Da bambina facevo atletica leggera e corsa, e nel mio paese in Lituania lo sport nazionale era il basket. Però andavo molto bene nelle gare di resistenza e sognavo una carriera nell’atletica.
A 12 anni provai a entrare in una prestigiosa accademia sportiva per giovani talenti. Nei test ero sempre tra le prime dieci, ma alla fine non venni selezionata. Fu una grande ingiustizia che mi colpì molto. In quel momento un allenatore mi propose di provare con il ciclismo per entrare comunque nella scuola. Accettai quasi per sfida.
I primi due anni furono molto duri: avevo lasciato casa molto presto; vivevo con altre ragazze che non conoscevo; il clima era freddissimo e si pedalava con difficoltà; cadevo spesso perché non avevo tecnica e nelle gare pianeggianti perdevo le volate perché non ero velocista.
Quello che mi ha fatto andare avanti, nonostante la giovanissima età, è stato l’orgoglio e la voglia di dimostrare che potevo farcela.
La vita nell’accademia era militare tra sveglie all’alba con corsa e esercizi, scuola poi primo allenamento, di nuovo scuola e infine secondo allenamento la sera.
Era una centrifuga fisica ed emotiva che non lasciava spazio a molto altro in cui l’obbiettivo era selezionare il 10% del 10% e che purtroppo ha annientato molti dei miei giovani compagni, ma mi ha anche dato una base atletica e mentale fortissima che poi mi ha permesso di avere una carriera lunga.
Con il tempo ho scoperto anche la bellezza di questo sport: lo spirito di squadra, il sacrificio, la condivisione e il fatto che alla fine parlano sempre i risultati.
3. Il progetto con Avis Bike unisce bici e solidarietà. Pensi che lo sport abbia una capacità particolare di avvicinare le persone a temi sociali importanti?
Assolutamente sì. Lo sport è un veicolo straordinario per trasmettere valori.
Le persone seguono lo sport con passione, si identificano negli atleti e nelle loro storie. Per questo credo che chi ha avuto successo in questo ambito abbia anche una responsabilità morale: usare la propria visibilità per sostenere iniziative positive.
Appena ho concluso la carriera, ho scelto di impegnarmi con Avis Bike Pistoia.
L’obiettivo della società è promuovere:
- la cultura della donazione del sangue
- il territorio
- lo sport come stile di vita sano.
La Gran Fondo organizzata da Avis Bike nasce proprio con questo spirito: una manifestazione sportiva che unisce ciclismo, solidarietà e comunità.
Sono felice che la gara sia stata intitolata a me, ma quello che conta davvero è il progetto: ogni anno parte del ricavato viene destinato a iniziative sociali e benefiche.
Voglio ringraziare il Presidente dell’Avis Bike, Giuseppe Severi, l’anima del Team e della Gran Fondo, tutto lo staff, le associazioni, le amministrazioni, i partecipanti, i volontari e gli sponsor che con passione e impegno rendono possibile tutto ciò.

4. Guardando al futuro, come pensi che eventi come questo possano evolvere nei prossimi anni?
Il ciclismo amatoriale è cambiato molto, soprattutto dopo la pandemia. Le priorità delle persone sono diverse e organizzare eventi è sempre più complesso: i costi sono aumentati, le strade sono più trafficate e garantire la sicurezza è sempre più difficile. Nonostante questo, è fondamentale portare avanti iniziative che abbiano un valore umano oltre che sportivo.
La nostra Gran Fondo continua a registrare numeri importanti, con centinaia di partecipanti da tutta Italia e dall’estero, a conferma dell’apprezzamento per il lavoro svolto in questi anni.
Il giorno prima della gara principale si svolge una Gimkana per bambini, un momento speciale per avvicinare i più piccoli alla bicicletta in modo divertente e sicuro. Vederli pedalare, superare ostacoli e interagire con Capitan Fernandone, mascotte di Dife SpA, è emozionante. In un’epoca dominata dai videogiochi, esperienze sportive e sociali come questa sono essenziali, perché aiutano i bambini a crescere con emozioni autentiche e a sviluppare la passione per lo sport.

Quest’anno la Gimkana festeggia la sedicesima edizione, mentre la Gran Fondo si terrà il 31 maggio a Pistoia, nel cuore della città, in Piazza del Duomo. Nonostante le difficoltà del ciclismo amatoriale e il calo di partecipazioni in altre manifestazioni, riusciamo a mantenere numeri stabili, con circa 600-800 partecipanti provenienti da tutta Italia e dall’estero.
L’obiettivo resta quello di rendere la Gran Fondo un evento che emoziona, coinvolge e lascia un segno positivo nella vita di chi partecipa.
5. Se oggi una ragazza si avvicinasse al ciclismo con un sogno sportivo, che consiglio le daresti guardando alla tua esperienza?
Nel ciclismo, come in molti altri ambiti, possono esserci barriere e pregiudizi, ma quello che conta davvero sono i risultati. Se sei brava e dimostri con i fatti il tuo valore, nessuno potrà ignorarti. Non conta da dove vieni, chi conosci o le raccomandazioni: alla partenza contano solo il tuo talento, la tua forza mentale e quanto riesci a dare in gara. È questa meritocrazia che rende lo sport così unico.
Anche negli sport di squadra, dove il supporto delle compagne è importante, alla fine è la performance individuale che parla. Nel ciclismo, per esempio, si vince con il contributo di tutti, ma solo chi dimostra di essere forte può emergere e guidare il team. Per me, imparare a fidarmi delle compagne e mantenere buoni rapporti umani è stato fondamentale, soprattutto nelle gare a tappe dove la leadership richiede anche equilibrio e rispetto reciproco.
