Ogyre nasce nel 2020 da un’intuizione tanto semplice quanto radicale: se il mare è invaso dai rifiuti, forse la soluzione non è cercarli quando è troppo tardi, ma intercettarli attraverso chi il mare lo vive ogni giorno. I fondatori, Antonio Augeri e Andrea Faldella, arrivano a questa consapevolezza da un rapporto personale con l’acqua: surf, vela, immersioni. Esperienze che, nel tempo, rendono impossibile ignorare l’accumulo costante di plastica e rifiuti nei fondali e nelle reti.
“Ogyre è nata da una presa di coscienza personale. Durante un viaggio di surf nel West Sahara, in Marocco, ho visto luoghi straordinari, onde incredibili, un mare bellissimo, ma completamente invaso dai rifiuti. Al mio ritorno ho deciso di mettere il mio tempo e le mie competenze al servizio di un progetto imprenditoriale capace di generare un impatto concreto nella salvaguardia dell’Oceano, che da sempre è una parte fondamentale della mia vita. E così, insieme ad Andrea, amico velista e grande appassionato di mare, abbiamo dato vita a Ogyre” — Antonio Augeri, co-founder & CEO di Ogyre
Il nome Ogyre deriva dalle ocean gyres, le grandi correnti marine che contribuiscono all’accumulo di plastica negli oceani. Un riferimento non casuale: se le correnti spiegano il problema, il progetto prova a intervenire sul sistema che lo genera, non solo sulle sue conseguenze. Il Mediterraneo, mare semi-chiuso e particolarmente vulnerabile, diventa uno dei contesti prioritari di intervento.
Ne abbiamo parlato con il team di Ogyre, per capire come funziona il modello, quali sono le sfide reali della tutela marina oggi e come evitare che la sostenibilità resti solo una questione di comunicazione.
Qual è stato il problema iniziale che vi ha spinto a creare il progetto? In poche parole: come funziona il vostro modello e cosa vi differenzia da altre iniziative legate alla tutela del mare?
Il punto di partenza è stato rendersi conto che una quantità enorme di rifiuti viene già intercettata ogni giorno dai pescatori, spesso in modo accidentale, senza però un sistema che permetta di gestirli in modo strutturato. In molti Paesi, raccogliere rifiuti dal mare non è incentivato, e in alcuni casi è addirittura complicato dal punto di vista normativo. Da lì abbiamo costruito un modello che si adatta ai contesti locali. In Italia, ad esempio, i pescatori raccolgono i rifiuti che finiscono nelle reti durante la normale attività di pesca. In altri Paesi, come Brasile e Indonesia, esistono invece uscite dedicate, organizzate insieme alle comunità locali. In Senegal, dove gran parte dei rifiuti si trova sul fondale, collaboriamo anche con pescatori sommozzatori brevettati che effettuano immersioni. Tutto il processo è tracciato tramite una piattaforma digitale proprietaria: ogni raccolta viene registrata, dal momento in cui il rifiuto viene recuperato fino al suo fine vita.
Cosa succede concretamente ai rifiuti una volta portati a terra?
Dipende molto dal contesto geografico. Nella maggior parte dei casi lo smistamento iniziale viene fatto direttamente dai pescatori, insieme ai partner locali che gestiscono i rifiuti. La grande maggioranza dei rifiuti marini – tra il 90% e il 96% – è plastica, quindi la separazione è relativamente semplice.
In alcuni Paesi emergono tipologie particolari: in Brasile e in Senegal, ad esempio, troviamo molti pneumatici; in Brasile capita spesso di recuperare grandi quantità di infradito, che fanno sorridere ma raccontano bene il tipo di inquinamento locale. Una volta arrivati nei centri di smistamento o riciclo, i materiali vengono ulteriormente separati per polimero, in base a ciò che può essere riciclato localmente. Le percentuali di riciclo, termovalorizzazione o smaltimento variano molto da Paese a Paese.
Quanto conta il contesto geografico nella scelta delle aree di intervento?
Moltissimo. Il Mediterraneo, ad esempio, è un mare chiuso: i rifiuti non si disperdono come negli oceani aperti e la concentrazione di microplastiche è quattro volte superiore a quella della cosiddetta isola di plastica del Pacifico. A questo si aggiungono fattori come il turismo e le criticità nella gestione dei rifiuti in alcune aree del Nord Africa, che durante l’alta stagione fanno aumentare la dispersione di rifiuti fino al 40%.
Anche i fiumi sono centrali. In Brasile e in Indonesia lavoriamo in aree di mangrovie, dove i rifiuti trasportati dai fiumi restano intrappolati prima di arrivare in mare. Questo aumenta enormemente l’impatto delle attività di raccolta.
Come coinvolgete i pescatori senza perdere controllo e trasparenza?
Lavoriamo quasi esclusivamente con cooperative, non con singoli pescatori. Questo ci permette di mantenere tracciabilità e controllo. Prima di avviare un progetto facciamo sempre un sopralluogo, valutiamo il tipo di pesca, la logistica del porto e il numero di pescatori coinvolgibili. Una volta creata la comunità, c’è sempre un coordinatore locale che supporta le attività.
Documentiamo tutto il processo, anche attraverso fotografie che finiscono nella dashboard dei clienti. È un lavoro molto operativo, ma fondamentale per la credibilità del modello.
Quali sono le sfide più significative che avete affrontato nell'implementare le vostre pratiche?
La sfida principale è normativa. L’Italia, ad esempio, è uno dei Paesi più complessi a causa della Legge Salvamare. Nonostante rappresenti un enorme passo avanti, in quanto prima di essa i pescatori che portavano a terra i rifiuti raccolti accidentalmente venivano considerati produttori del rifiuto stesso, con relative responsabilità e oneri, questa normativa classifica i rifiuti accidentalmente pescati come rifiuti urbani, facendo perdere tracciabilità una volta che entrano nel circuito pubblico.
A livello globale, il contesto è reso ancora più instabile da continui cambiamenti normativi e da un rallentamento delle politiche sulla sostenibilità, spesso considerate meno prioritarie rispetto ad altre emergenze.
Oggi il rischio di greenwashing è altissimo. Come si fa, secondo voi, a distinguere un progetto serio da una semplice operazione di immagine?
Secondo Ogyre, i fattori chiave sono tre: certificazioni, trasparenza e comunicazione.
Le certificazioni devono provenire da enti indipendenti e credibili a livello internazionale. Ogyre, ad esempio, ha ottenuto la certificazione SGS, un passaggio fondamentale per rafforzare la propria credibilità.
La trasparenza riguarda i dati: non solo dichiarazioni, ma informazioni verificabili e accessibili. Infine, la comunicazione deve essere controllata, chiara e non ambigua. Ogyre revisiona tutte le comunicazioni dei partner che citano la collaborazione, proprio per ridurre il rischio di fraintendimenti o claim fuorvianti.
Potete descrivere alcune iniziative o progetti specifici che avete implementato in passato per promuovere la sostenibilità? Quali sono stati i risultati ottenuti da queste iniziative?
Accanto alla raccolta dei rifiuti, lavoriamo molto sulla dimensione culturale ed educativa. Un esempio è la collaborazione con AS Roma, che ci ha permesso di portare il tema dei rifiuti marini all’interno di progetti educativi rivolti ai più giovani, in particolare alle categorie under 13 e under 14. L’obiettivo non è solo sensibilizzare, ma fornire strumenti per comprendere il problema.
Parallelamente collaboriamo con università e contesti accademici, partecipando a corsi, master e incontri di formazione. Crediamo che la sostenibilità abbia bisogno di basi solide, anche teoriche, per non ridursi a una narrazione superficiale.
Dove sarà Ogyre tra 5 anni? E che tipo di impatto vi augurate di aver generato sul sistema, non solo sull’ambiente?
L’ambizione dichiarata è di estendere il modello fino a scalare l’impatto su scala globale, con reti di raccolta sempre più numerose di pescatori, piattaforme di tracciamento più sofisticate, e collaborazioni istituzionali per introdurre standard normativi più efficaci. Ogyre vuole continuare a trasformare la raccolta dei rifiuti da atto isolato a pratica sistemica, scalabile e mainstream.
Secondo voi, la vostra esperienza può essere un modello replicabile anche in altri ambiti ambientali?
Sì. Per Ogyre il principio che guida tutto è semplice: mettere al centro chi vive quotidianamente il problema per generare soluzioni sostenibili e durature. Questo approccio, basato sulla partecipazione comunitaria e sulla trasparenza, può essere applicato a molte altre sfere ambientali in cui le dinamiche locali e le comunità sono chiave per generare impatto.
