Quando si parla di carbon footprint, la prima immagine che viene in mente è quella di un calcolo: dati da raccogliere, formule da applicare e, alla fine, un risultato in tonnellate di CO₂ equivalente. È un'immagine corretta, ma incompleta.
Quel numero è l'ultimo passaggio di un percorso che attraversa funzioni aziendali, sistemi informativi e fornitori, e che comincia molto prima del calcolo, quando bisogna stabilire cosa misurare, quali attività considerare, quali informazioni servono e chi le possiede. Per questo la carbon footprint richiede l'impostazione di un vero progetto aziendale, con responsabilità definite e il contributo di più funzioni.
Organizzazione o prodotto: cambia il punto di vista
La carbon footprint può riguardare un'intera organizzazione, quando rappresenta le emissioni legate alle sue attività in un determinato periodo, oppure un singolo prodotto o servizio, di cui segue il ciclo di vita dalle materie prime usate al fine vita.
Cambiano i confini dell'analisi, ma in entrambi i casi le informazioni necessarie sono molte e molto diverse tra loro: consumi energetici, combustibili, trasporti, acquisti, rifiuti, fino alla provenienza delle materie prime e al modo in cui il prodotto viene usato e smaltito. Ed è raro che una sola persona in azienda le abbia tutte a disposizione.
Alla ricerca del dato perduto
Nella maggior parte dei casi questi dati esistono già, ma sono sparsi (e a volte dispersi): i consumi elettrici nelle fatture gestite dall'amministrazione, i carburanti presso chi segue la flotta, le materie prime nei sistemi del procurement, i trasporti in logistica.
Il motivo è semplice: nessuna di queste informazioni è nata per calcolare emissioni.
La bolletta serve a pagare il fornitore, i chilometri a gestire i mezzi, le quantità acquistate a programmare gli approvvigionamenti.
Nella carbon footprint gli stessi dati cambiano funzione e diventano tessere di un unico quadro, che nessuna funzione aziendale può comporre da sola.
Chi guida il progetto?
Proprio perché coinvolge più funzioni, il progetto ha bisogno di qualcuno che lo coordini. Può essere una figura interna, come chi si occupa di sostenibilità, ambiente, qualità o energia, oppure unə consulente esternə, scelta frequente quando l'azienda affronta il tema per la prima volta o ha bisogno di competenze metodologiche specifiche.
In entrambi i casi il suo compito va ben oltre i conti: definire il perimetro dell'analisi, individuare le fonti emissive, capire quali dati servono e chi li detiene, verificarne la qualità e documentare le scelte fatte. Non a caso anche il GHG Protocol parte dagli obiettivi e dai confini organizzativi e operativi, e arriva al calcolo delle emissioni solo in un secondo momento.
La competenza di chi coordina è quindi soprattutto di metodo: sapere quali domande porre e a chi, per far emergere la conoscenza che le persone dell'azienda già possiedono.
La formula è semplice. I dati molto meno
Il principio di calcolo, nella sua forma più comune, è lineare: un dato di attività (litri di carburante, kWh, chilometri percorsi, chilogrammi di materiale acquistato) viene moltiplicato per un fattore di emissione. Anche la scelta dei fattori richiede attenzione, perché fonti diverse possono dare risultati diversi, ma la parte più delicata viene prima.
Il dato esiste? È completo, riferito al periodo corretto, distinguibile per sede, processo o prodotto? E se manca, si può stimare?
Spesso le risposte riservano sorprese. Un'azienda può sapere al centesimo quanto spende in trasporti senza conoscere i chilometri percorsi, o quanto acquista in valore senza conoscere peso e composizione dei materiali. Sono lacune che nella gestione ordinaria raramente emergono, perché ogni funzione dispone dei dati che le servono per il proprio lavoro. Il calcolo della carbon footprint le mette in fila e restituisce una fotografia di quanto l'azienda conosce davvero i propri processi: dove le informazioni sono solide, dove sono approssimative, dove mancano del tutto.
È un risultato che va oltre la sfera ambientale, perché gli stessi punti ciechi pesano anche sul controllo dei costi, sulla pianificazione e sul rapporto con i fornitori.
Quando un'azienda è pronta?
Una delle domande più frequenti è se servano già tutti i dati per iniziare. La risposta è no, non servono.
Essere pronti non richiede un database perfetto, un software dedicato o qualcuno che abbia già tutte le risposte, ma la disponibilità a costruire il processo, assegnare le responsabilità e accettare che il primo calcolo porti alla luce informazioni mancanti.
Il percorso è graduale: si identificano le fonti di emissione, si raccolgono i dati disponibili e, dove mancano, si valuta se stimarli o se impostare per il futuro un sistema di raccolta migliore. Per le emissioni indirette lungo la catena del valore (quelle di Scope 3) servirà anche il contributo di fornitori, clienti e altri stakeholder, perché una parte delle informazioni abita fuori dai confini dell'azienda. Il primo inventario, in questo senso, è soprattutto una base da cui partire con la consapevolezza che il tempo e la continuità del lavoro lo miglioreranno.
Molto più di un numero
Alla fine del processo arriverà un valore in CO₂ equivalente. Se il lavoro è stato fatto bene, però, quel numero dirà molto di più: dove si concentrano gli impatti, quali dati sono affidabili e quali vanno migliorati, quali funzioni devono dialogare di più e quali fornitori possono diventare strategici. Si può scoprire, per esempio, che l'impatto principale di un prodotto non si genera in produzione, ma nelle materie prime o durante l'utilizzo.
È qui che il calcolo acquista valore, perché permette di capire dove, come e perché si generano le emissioni, e quindi dove intervenire. Per arrivare a queste risposte, però, una formula non basta: servono la conoscenza e la collaborazione delle persone che conoscono davvero l'azienda, perché contribuiscono ogni giorno alla sua crescita.
Il caso DIFE: quando la carbon footprint migliora anche la gestione dei dati
Dife ha iniziato a lavorare sulla propria carbon footprint alla fine del 2024. L’obiettivo era costruire un primo inventario delle emissioni e capire meglio dove si concentrassero gli impatti legati alle attività dell’azienda.
Sulla carta il punto di arrivo era chiaro. Meno immediato è stato capire come arrivarci.
Il primo passo è stato individuare quali dati fossero disponibili, dove si trovassero e chi potesse recuperarli. Per questo il progetto ha coinvolto diverse funzioni aziendali, dal team ambiente, qualità e sicurezza alla direzione, fino all’area IT e sviluppo, con il supporto di consulenti esterni per l’impostazione e lo sviluppo del lavoro.
La raccolta dei dati, soprattutto per alcune categorie dello Scope 3, si è rivelata una delle parti più complesse del progetto. Proprio questa difficoltà, però, ha fatto emergere un tema più ampio: la necessità di avere informazioni aziendali sempre più strutturate, accessibili e collegate tra loro.
«Il lavoro sulla carbon footprint ci ha fatto capire quanto sia importante avere la proprietà del dato e sapere come recuperarlo. Per arrivare ad analisi sempre più approfondite bisogna conoscere molto bene le informazioni dell’azienda e riuscire a metterle in relazione.» — Lorenzo Romani, Responsabile marketing Dife SpA.
Tra la costruzione del metodo, la raccolta dei dati, le verifiche e le revisioni successive, il primo inventario ha richiesto circa un anno di lavoro. Una volta impostato il processo, però, le attività sono diventate progressivamente più semplici e il lavoro ha contribuito a rendere più strutturato anche il modo in cui Dife raccoglie e utilizza i propri dati.
