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Aggiornamenti normativi

Chi entra nella nostra mente senza bussare?

La tecnologia ha imparato a leggere le nostre emozioni mentre le proviamo. Il diritto non ha ancora deciso se quello spazio vada protetto. Ecco perché riguarda tutti.

di
Avv. Vincenzo Colarocco, Studio Previti
16 ottobre 2026

Immaginate di guardare un video sul telefono. Non avete toccato lo schermo, non avete messo un "mi piace", non avete scritto nulla. Eppure il sistema sa già che quel contenuto vi ha incuriosito, o irritato, o commosso. Lo ha capito da come si sono mossi i vostri occhi, da quanto vi siete soffermati, magari dal battito registrato dallo smartwatch. E il video successivo è stato scelto di conseguenza.

Non è fantascienza. È il modo in cui funziona già oggi una parte crescente della tecnologia che usiamo ogni giorno. E pone una domanda che il diritto non si era mai dovuto porre: chi protegge ciò che proviamo prima ancora di dirlo?

Dal dato dichiarato al dato dedotto

Per decenni la privacy ha protetto le informazioni che forniamo: il nome, l'indirizzo, i dati di una carta, le risposte a un questionario. Erano dati che, in un modo o nell'altro, avevamo scelto di consegnare.

Oggi i sistemi più avanzati non chiedono più. Deducono. Da piccoli segnali del corpo ricavano stati d'animo, livelli di attenzione, preferenze, fragilità. Gli specialisti parlano di dato psicometrico inferito: un'informazione sulla nostra mente che nessuno ci ha domandato e che non abbiamo mai dichiarato.

La differenza è enorme. Un dato dichiarato racconta ciò che siamo disposti a far sapere. Un dato dedotto può raccontare ciò che non abbiamo ancora capito di noi stessi. E chi riesce a leggere un'emozione mentre nasce può anche orientarla, scegliendo lo stimolo successivo nel momento esatto in cui siamo più ricettivi.

Sapere di noi prima di noi

È qui che la questione smette di essere tecnica. Il rischio non è più soltanto che qualcuno sappia molte cose di noi. È che un'azienda, un datore di lavoro, una piattaforma possa leggere qualcosa di noi prima che noi stessi ne siamo consapevoli: un calo di motivazione, un desiderio non ancora diventato scelta, un momento di debolezza.

Pensiamo a cosa significa, ad esempio, per un adolescente. Il 26 settembre 2026 TikTok ha chiuso con un accordo da almeno cento milioni di dollari, che potrà salire fino a trecento, la causa intentata dallo Stato americano dell'Alabama, che accusava la piattaforma di aver progettato funzioni capaci di creare dipendenza nei più giovani. L'accordo impone, tra l'altro, un limite di due ore d'uso al giorno e restrizioni notturne.

È un risultato importante. Ma è stato ottenuto non con un diritto che tuteli la mente in quanto tale. Si è punito il comportamento di un'impresa. Il bene colpito, la libertà interiore di chi usa l'app, resta senza un nome giuridico.

Quando il computer è fatto di neuroni

C'è poi un fronte che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato un romanzo. Il 6 agosto 2026, a Singapore, è entrato in funzione il primo centro di calcolo che lavora con neuroni umani vivi, ricavati da cellule staminali e coltivati su chip di silicio dalla società australiana Cortical Labs. Sono circa sedici milioni di cellule nervose, nutrite ogni tre giorni come una coltura di zuccheri, e il sistema è in vendita.

La parola cyborg, l'unione tra essere umano e macchina, smette così di essere un'immagine da film. E ci costringe a chiederci che cosa significhi proteggere la mente in un mondo in cui il confine tra biologico e digitale si fa sempre più sottile.

Una casa che nessuno vede

La Costituzione italiana, all'articolo 14, dichiara inviolabile il domicilio. Nessuno può entrare in casa nostra, perquisirla o ispezionarla se non nei casi previsti dalla legge e con precise garanzie. È una conquista che diamo per scontata.

Da qui nasce la proposta che porto avanti da tempo: riconoscere un domicilio psichico. Una casa che nessuno vede, perché è fatta di pensieri e non di muri, ma che merita la stessa protezione. Lo spazio in cui le idee e le emozioni si formano, prima di diventare parole, scelte o comportamenti.

Non è un'idea che nasce dal nulla.

La storia dei diritti civili è la storia di un confine che si avvicina sempre di più alla persona: prima si è protetto il corpo dall'arresto arbitrario, poi la casa dalle intrusioni. Oggi il terreno conteso è la vita interiore. Qualche Paese ha già iniziato a muoversi: il Cile, nel 2021, ha inserito nella propria Costituzione la tutela dell'integrità psichica e dell'attività cerebrale. Ma un principio scritto, da solo, non basta, se non è accompagnato da regole concrete e da controlli effettivi.

Perché riguarda tutti

In Europa le regole su intelligenza artificiale, dati personali e prodotti digitali sono tra le più avanzate al mondo. Eppure nessuna di esse protegge espressamente lo spazio della mente: si occupano degli strumenti, dei dati, della sicurezza dei dispositivi, non del bene che quegli strumenti possono raggiungere. Anche le autorità se ne stanno accorgendo: il Garante per la protezione dei dati personali ha inserito il neuromarketing tra le priorità dei controlli previsti per la seconda metà del 2026.

Non serve essere giuristi per capire la posta in gioco. Riguarda il lavoratore valutato da un sistema che misura la sua attenzione, il ragazzo davanti a un algoritmo che impara dalle sue emozioni, ognuno di noi davanti a una pubblicità che sa scegliere il momento giusto meglio di quanto sappiamo fare noi.

Proteggere il domicilio psichico non significa fermare la tecnologia. Significa decidere, finché siamo in tempo, che l'ultimo spazio davvero nostro resti tale. È la prossima battaglia per i diritti civili, e conviene combatterla prima che la tecnologia abbia già occupato il terreno.

L'autore

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